Separazione e divorzio, quali effetti sui nostri figli e possibili soluzioni di gestione.

La separazione e il divorzio rappresentano momenti molto delicati e spesso dolorosi, che quando si verificano stravolgono l’intero nucleo familiare, sia sul piano coniugale ma anche e soprattutto sul piano genitoriale.

Alla base della rottura del legame coniugale abbiamo un conflitto, di fronte al quale si tende a reagire con stili di gestione più o meno funzionali, spesso addirittura attraverso l’evitamento dello stesso per paura di scontrarsi con l’altro, portando poi alla situazione tanto temuta, ovvero alla rottura.

Possiamo avere diversi tipi di separazione, a volte possono avvenire in un clima sereno, di accordo tra le parti, altre volte può esserci la volontà dell’interruzione del legame coniugale, solo in uno dei due partner, e questo può provocare una mancata sintonizzazione dei vissuti emotivi ad essa legati, sia con il coniuge stesso, ma anche nei confronti dei propri figli, rendendo difficile la condivisione dell’esperienza della rottura; altre volte ancora, le separazioni possono essere altamente conflittuali.

Secondo alcune recenti ricerche, i motivi significativi rispetto alla decisione di porre fine al rapporto sono: gli aspetti emotivi, i vissuti personali e la mancata condivisione della progettualità. (Canevelli, Lucardi). Spesso quest’ultima riguarda non solo l’evoluzione della coppia stessa, ma anche l’inserimento della dimensione dellagenitorialitàall’interno del rapporto, in cui bisogna ridefinire nuovi ruoli, nuove regole, nuove aspettative di un noi nei confronti di un terzo e spesso questo rappresenta un momento critico della coppia, in cui può venir meno quello che era il contratto iniziale.

La genitorialità rappresenta un cambiamento a cui la coppia può rispondere o con un’evoluzione del rapporto e una ridefinizione dello stesso in una prospettiva di crescita, oppure può sfociare in una crisi. Nei casi di separazioni più disfunzionali ciò che è al centro del conflitto è la coppia, perdendo di vista il vissuto emotivo dei propri figli, in cui il bambino diventa l’abbandonato, il dimenticato.

In questi casi possiamo assistere ad un vero e proprio ‘trascinamento’ del figlio dalla parte di un genitore contro l’altro, provocando un’inversione dei ruoli, un’adultizzazione anticipata, in cui il bambino tenderà a manifestare comportamenti non adatti alla sua età, volti alla protezione del genitore. Una vera e propria lotta di potere tra due, in cui c’è un terzo che osserva, che funge da spettatore. Un carico emotivo spesso troppo grande da sopportare e che finisce per avere ripercussioni non solo all’interno del proprio nucleo familiare, con una mancata relazione e rispecchiamento con gli adulti di riferimento, ma anche nelle relazioni verso l’esterno, ad esempio nel rapporto tra i pari, in quanto spesso il bambino proietta verso l’esterno, ciò che la famiglia al suo interno non riesce a gestire.

Perché i figli di genitori in crisi o in fase di separazione reagiscono in maniera differente?

Dobbiamo considerare due fattori importanti: in quale fase di sviluppo individuale, non solo anagrafico, ma emotivo e affettivo si trova il bambino e considerare quali sono le modalità di gestione della situazione conflittuale da parte dei genitori (Pugliese).

Per quanto riguarda gli effettidella separazione rispetto alle fasi di sviluppo del bambino, Canevelli e Lucardi riportano nel loro lavoro la seguente suddivisione:

Prima infanzia (0-5 anni): in questa fase il ruolo dei genitori è quello di fornire accudimento, protezione, calore affettivo, fungere da base sicura. Il bambino di fronte ad un genitore non responsivo, spesso troppo coinvolto nel conflitto con il partner, sperimenta l’indisponibilità del genitore rispetto ai suoi bisogni, provocando sentimenti legati alla minaccia della perdita, quali paura o tensione, mettendo in atto risposte comportamentali volte al recupero della vicinanza al proprio caregiver, ad esempio attraverso un’amplificazione dei propri segnali, intensificando i sorrisi, il contatto visivo, fino ad arrivare ad agitazione, crisi di pianto o aggressività (Piermartini, 2018). Se la risposta del genitore non è adeguata si possono presentare in questa fase, manifestazioni somatiche, un’alterazione del sistema neurovegetativo, del sonno, con risvegli notturni, dell’alimentazione, enuresi, del disagio emotivo (irritabilità e difficoltà di separazione dal genitore), fino in certi casi ad arrivare ad un rallentamento e una regressione dello sviluppopsicomotorio e del linguaggio.

Seconda infanzia (6-10 anni): questa fase di sviluppo è caratterizzata dalla scolarizzazione.Il bambino scopre un nuovo contesto, in cui inizia a far spazio ad attività volte al conseguimento di obiettivi, di abilità, norme di comportamento, e alla relazione con i pari. Nel contesto scolastico vengono proiettate le difficoltà avvertite in famiglia, che possono provocare nei bambini difficoltà di concentrazione sul piano degli apprendimenti; secondo alcuni studi infatti, la struttura familiare è il principale predittore del rendimento scolastico Jeynes (2008). La funzione che dovrebbe rivestire il genitore è quella dell’adulto normativo, una guida che rassicura, accompagna il bambino, ma che contemporaneamente punisce. Il senso di insicurezza che avverte è qui proiettato nella sua esposizione verso il mondo esterno. “La separazione dei genitori viene vissuta con un senso di vergogna nei confronti dei coetanei, attivando l’aspetto agonistico del confronto con gli altri e il venir meno di un supporto in tale confronto, possono far emergere sentimenti di inferiorità rispetto al gruppo dei pari o atteggiamenti aggressivi e di sopraffazione dell’altro, a seconda delle modalità adottate dai genitori per fronteggiare la separazione” (Pugliese). Sono state condotte delle ricerche sugli effetti negativi della separazione, in particolare in uno studio di (Procaccia R., Miragoli S., Camisasca e., Di Blasio P., 2020) i risultati hanno mostrato che i bambini, in età scolare, coinvolti in separazioni conflittuali elevate, hanno fornito un’autorappresentazione più instabile e una rappresentazione più negativa dei genitori, una maggiore disregolazione emotiva (rabbia, senso di colpa, angoscia persecutoria).

Preadolescenza (11-13 anni): questa fase di età è caratterizzata dai cambiamenti somatici, un’età critica, delicata e complessa (Scendoni, 2012).“I genitori hanno qui un ruolo di accompagnamentoper il ragazzo, alla scoperta di una nuova immagine, pur mantenendo la precedente.I ragazzi possono provare nei confronti dei genitori due sentimenti: delusione e idealizzazione. A livello comportamentale questa scelta si esprime attraverso l’enfatizzazione degli aspetti di cambiamento personale, in cui il ragazzo propone stili e modelli diversi da quelli genitoriali o il rallentamento degli stessi” (Pugliese).

Adolescenza (13-18): l’adolescente in questa fase di sviluppo deve far fronte ad una ridefinizione non solo della sua immagine corporea ma sarà impegnato nella ricerca della sua identitàe ad affrontare non solo la separazione dai genitori, ma anche quella tipica della loro fase evolutiva (Di Vita, 2008; Gambini, 2007; Ammaniti, 2002) di questo parallelamente ne risente anche il rapporto con le figure genitoriali. Il ragazzo ha bisogno di considerare il genitore come personaper potersi confrontare con gli aspetti realidell’altro, un modello da seguire. Importante dunque, risulta essere la funzione di limite, volta a contenere sia in senso spaziale che psicologico il ragazzo. Dunque di fronte ad una crisi di separazione, i ragazzi potranno mettere in atto risposte comportamentali quali: disturbi esternalizzanti, con condotte oppositive nei confronti dei genitori (Ponti, 2008; Vanni, 2015), oppure disturbi internalizzanti, quali ad esempio ansia e ritiro sociale.

Alcuni autori distinguono tra divorzio legale e divorzio emotivo, sottolineando conseguenze diverse sul piano affettivo-comportamentale sui figli. In uno studio in particolare: sono stati studiati gli effetti del divorzio emotivo dei genitori sui livelli di depressione, ansia, stress e aggressività nei bambini, misurati con il Depression Anxiety Stress Scales (DASS) e il questionario sull’aggressività. Lo studio è stato condotto su un campione di 81 bambini di età compresa tra 10 e 12 anni; 50 erano nel gruppo del divorzio legale e 31 nel gruppo del divorzio emotivo. I figli di genitori divorziati emotivamente, hanno mostrato livelli significativamente più alti di problemi emotivi e comportamentali rispetto alla controparte di genitori divorziati legalmente. Hanno riferito maggiori livelli di depressione, ansia, stress e aggressività. Inoltre, livelli moderati, gravi ed estremamente gravi di problemi emotivi e comportamentali, erano più comuni tra i bambini con divorzio emotivo rispetto a quelli con divorzio legale. In conclusione, i risultati hanno mostrato chiaramente che il divorzio emotivo è più dannoso del divorzio legale (L. Hashemi; Homayuni, 2017).

A volte però, come precedentemente affermato, le conseguenze e gli effetti di un conflitto all’interno del sistema familiare possono avere diversi esiti, a questo proposito la letteratura scientifica ci indica che la maggior parte di figli di genitori che si dividono, possiedono un buon livello di resilienza, ovvero un meccanismo che permette un adattamento positivo dell’individuo rispetto ad un ambiente poco favorevole (Zara, 2005; Zara, Iob, Spotti, 2015).

Quindi appare necessario chiederci, quali sono i fattori coinvolti che possono portare ad esiti negativi e quali ad esiti positivi?

Gli studi ci indicano come l’adattamento, dei figli alla nuova situazione che porta la separazione, dipenda da cause antecedenti ad essa. Infatti sembra che debbano essere presi in considerazione i livelli di stress da loro subiti nella fase precedente al divorzio e la frequenza e l’intensità dei conflitti tra i genitori (Brustia, 2014; Gambini 2007; Maggiolini, 2005).

Dunque un ruolo importante riguarda la presenza di fattori di rischio, di protezionee di mantenimento.

I fattori di rischiosono quegli elementi che aumentano la probabilità del verificarsi di una psicopatologia, come ad esempio alti livelli di conflittualità, diminuzione di cure e attenzioni nei confronti dei figli da parte dei genitori (Gambini, 2007). L’influenza che i fattori di rischio possono avere è diversa per ciascuno, ed il loro impatto varia a seconda della vulnerabilità individuale (Mirone). Dunque la presenza di un fattore o più di rischio, non può essere assunta come assoluta predizione per cui quel determinato individuo ne sarà influenzato in modo negativo (Zara, 2005; Zara, Iob, Spotti, 2015).

Con i fattori protettivifacciamo riferimento a quei meccanismi che interagiscono con i fattori di rischio, moderando o modificando il loro effetto negativo (Rutter). Tra questi oltre ad una buona relazione genitore-figlio, anche il ruolo svolto da terzi, quali i fratelli, amici, insegnanti, che possono aiutare il ragazzo a superare in maniera meno traumatica la separazione dei genitori (Brustia, Di Vita, 2008; Gambini, 2007).

I fattori di mantenimentoinvece sono tutti quegli elementi che non permettono il superamento del problema, quindi un’evoluzione di una situazione, in questo caso ad esempio, possiamo immaginare una situazione che tende a rimanere problematica, in quanto vengono riproposte sempre le medesime dinamiche di fronteggiamento.

 

Come si possono ridurre gli effetti negativi della separazione?

Sicuramente alleanza, buona relazione, comunicazione efficace, sintonizzazione emotiva sono solo alcuni dei temi da tenere in considerazione. I bambini percepiscono quando ci sono dei disagi in casa, quindi tenerli lontani per proteggerli non può essere una soluzione, dobbiamo informarli su ciò che sta accadendo, con fermezza e chiarezza su ciò che si verificherà nel futuro, sui cambiamenti che dovranno affrontare, spiegando al bambino che si può essere genitori anche se non si vive sotto lo stesso tetto.

Dobbiamo abbattere il muro dell’incertezza che avvertono i bambini rispetto a ciò che accadrà, spiegare loro che il problema è tra mamma e papà, eliminando anche tutti quelli che sono i sensi di colpa che avverte il bambino, chiarendo che non possono far nulla per ripristinare la coppia, evitando così di ridurre eventuali fantasie del bambino come salvatore della relazione.

Spesso i genitori provano vergogna, senso di colpa e di fallimento nell’annunciare la fine della rottura della relazione e possono servirsi di un terzo per la comunicazione al bambino, ma ovviamente è il genitore che deve farsi portatore di questa notizia, tenendo presente il livello di sviluppo del bambino e dando a quest’ultimo, il tempo necessario per l’elaborazione della notizia.

Bisogna far spazio al dialogo, alla comunicazione, per affrontare i vissuti emotivi riguardanti la rottura e il primo passo è proprio l’annunciare quest’ultima, accompagnando il bambino ad un’accettazione serena e possibile di una situazione per lui nuova.

La separazione/divorzio possono essere, in alcuni casi, equiparati ad untraumain questo caso la notizia della separazione arriva prima al nostro cervello emotivo, limbico, più precisamente nelle strutture sottocorticali: nell’amigdala deputata all’immagazzinamento delle memorie emozionali e nell’ippocampo (memorie semantiche o autobiografiche), per poter essere elaborata questa informazione, ha bisogno attraverso la verbalizzazione, di passare alle strutture superiori del nostro cervello, deve esserecognitivizzata, in particolare nelle zone neocorticali. Dunque per il superamento della separazione traumatica necessaria è la comunicazione, la condivisione di esperienze emotive, il dialogo iniziale della rottura ma anche durante tutte le fasi successive dell’istaurarsi di un rapporto che ha assunto una nuova forma.

Dunque chiarezza e onestà da parte dei genitori possono utili ad una miglior accettazione del nuovo.

Oltre alla comunicazione dei propri vissuti emotivi, affettivi, importante è anche la condivisione delle decisioni a livello pratico di gestione ad esempio dell’istruzione, della salute, degli spazi familiari, i due genitori che confliggono devono sempre far spazio a quelli che sono i desideri del bambino, ponendosi in ascolto attivocon quest’ultimo e avendo come obiettivo la sua crescita personale.

Prendere decisioni insieme è possibile, mettendo da parte i vecchi rancori nei confronti del partner, per permettere la maturazione del proprio figlio.

 

Quali sono le possibili soluzioni?

Questi sono solo piccoli accorgimenti che si possono seguire per ridurre o per contenere gli effetti negativi di una separazione, però purtroppo spesso questi da soli non bastano, quindi di fronte ad alti livelli di conflittualità necessario risulta essere l’aiuto psicologico, per la coppia stessa o a livello individuale, o il ricorso ad una mediazione familiare.

Quest’ultima è uno strumento utile, atto a ristabilire il dialogo tra genitori, cercando un’apertura volta soprattutto alla gestione dei figli, ai compiti genitoriali che entrambi debbono assolvere. I figli infatti, non divorziano dai genitori, ma hanno il diritto di avere un rapporto con entrambi (Scabini, 1991).

E’ fondamentale costruire o ritrovare una buona relazione, un’attenta apertura al dialogo da parte dei genitori attraverso un confronto tra le parti, che possa concorrere a creare un clima sereno volto a proteggere la struttura familiare nonostante essa assuma una differente forma.

Riconoscere la possibilità di chiedere aiuto ad un professionista che possa accompagnare il genitore nella gestione di un momento emotivamente difficile.

 

Bibliografia:

Ammaniti M., (2002), Manuale di psicopatologia dell’adolescenza. Raffaello Cortina Editore.

Canevelli F., Lucardi M. (2008), La mediazione familiare, Torino: Bollati Boringhieri.

Di Vita A.M., Brustia, P. (a cura di) (2008), Psicologia della genitorialità. Modelli, ricerche, interventi. Torino: Antigone

Gambini P., (2007), Psicologia della famiglia. La prospettiva sistemico-relazionale. Milano: FrancoAngeli.

HashemiL., Homayuni, (2017), Emotional Divorce: Child’s Well-Being,  Pages 631-644

JeynesW. H., (2008), Effects of Parental Involvement and Family Structure on the Academic Achievement of Adolescents, Pages 99-116

Maggiolini A., (2005), Preadolescenza e antisocialità: prevenzione e intervento nella scuola media inferiore. Milano: FrancoAngeli

Mirone A. L., La mediazione familiare come strumento preventivo, Tesi di Master (2015, 2019), Associazione Me.Dia.Re.

Piermartini B., (2018), Il linguaggio delle emozioni: Che cosa sono, che cosa cercano di dirci e come imparare a governarle, FrancoAngeli

Ponti M. B., (2008), Compendio di criminologia. Raffaello Cortina Editore

ProcacciaR., MiragoliS., CamisascaE., Di BlasioP., (2020), Children in Conflictual Separations: Representations of Self and Family through the Blacky Pictures’ Test, Pages 185-204

Pugliese L., La mediazione familiare nella separazione di fronte alla disabilità, Tesi di Master (2017,2019), Associazione Me.Dia.Re.

Rutter M. e Rutter M. (1992), Developing minds, Londra: Penguin

Scabini E., (1991), Identità adulte e relazioni familiari– Volume 10 di Studi interdisciplinari sulla famiglia. Milano: Vita e Pensiero

Scendoni M. (2012), Essere genitori di figli preadolescenti: ruoli, bisogni e compiti, Scuola secondaria di primo grado Maria Ausiliatrice

Vanni F., (2015), La consultazione psicologica con l’adolescente. Il modello psicoanalitico della relazione. FrancoAngeli

Zara G., Iob G., Spotti A., (2015) Processi di rischio, processi di protezione, resilienza nel comportamento antisociale minorile. In Biscione M. C., Pingitore M., L’intervento con gli adolescenti devianti, teorie e strumenti (p. 104-119). FrancoAngeli

Dott.ssa Naike Caraglia

Psicologa clinica

Psicoterapeuta in formazione Cognitivo-Comportamentale dell’adulto e dell’età evolutiva